domenica 1 aprile 2012

2 miliardi di posti di lavoro in meno

In questi giorni il dibattito sulla riforma del lavoro sta infuocando giornali e televisione. Non è questa la sede per esprimere un'opinione politica. Ciò che mi interessa evidenziare qui è come la politica stenti a capire la dimensione del fenomeno e come la mobilità nel mondo del lavoro sia in accellerazione in modo proporzionale all'accellerazione del cambiamento in generale.

Thomas Frey, uno dei più brillanti futurologi in circolazione, ha recentemente stimato che entro il 2030 circa 2 miliardi di persone dovrà cambiare il suo lavoro. Il motivo è molto semplice. Quel lavoro non esisterà più.

Ciò non significa che, a fronte dei 2 miliardi di lavori persi non ne nascano altrettanti in altri  ambiti. Però lo sforzo che dovrà essere fatto per permettere questo gigantesco spostamento di competenze e di conoscenze sarà, probabilmente molto al di sopra delle capacità di comprensione di buona parte dell'attuale classe dirigente.

Prendiamo alcuni degli esempi fatti da Thomas Frey.

Il mondo della produzione dell'energia è stato, fino ad ora, uno di quelli più in grado di garantire posti di lavoro stabili nel tempo. Le innovazioni in arrivo segneranno invece fine delle grandi grid, più o meno intelligenti, e faranno emergere micro-grid  che avranno la dimensione variante da piccoli quartieri fino, al massimo, ad intere città. Migliaia di ingegneri e di tecnici dovranno riposizionare la propria professionalità e, probabilmente, cambiare il proprio datore di lavoro.

Nel mondo dell'automobile le tecnologie che permettono la guida senza guidatore si svilupperanno senza sosta. Dal semplice parcheggio assistito di oggi, questa tecnologia si svilupperà sempre di più fino a rendere non solo inutile, ma addirittura dannosa la guida umana. All'inizio si tratterà di un optional per macchine di lusso, ma in seguito diventerà, come l'airbag ed l'ABS, una componente praticamente obbligatoria. Con 4 milioni di persone morte o ferite ogni anno nel mondo per incidenti stradali, non ci vorrà molto perchè questo avvenga.

La formazione e l'insegnamento offre oggi opportunità di lavoro stabile a milioni di lavoratori. Nel frattempo, però, solo per fare un esempio,  lo spazio OpenCourseware su iTunes offre già oggi circa 500.000 corsi prodotti da 1000 università, che sono stati scaricati 700 milioni di volte. Lo sviluppo delle tecnologie di rappresentazione audiovisiva (3D, olografia, ecc.) potrebbe portare l'eLearning a sostituire quasi completamente le modalità tradizionali di insegnamento.

Non è facile prevedere oggi, con precisione, cosa avverrà e con che velocità. Però, a chi pensa che vent'anni siano pochi perchè avvengano cambiamenti così radicali, ricordo solo una cosa. Vent'anni fa Internet, praticamente, non esisteva.

lunedì 17 ottobre 2011

Chiaccherando con Carla Taveggia

Carla Taveggia è uno scienziato, di quelli veri. Lavora all’Istituto di Neurologia Sperimentale del San Raffaele, a Milano. Qualche mese fa il Web è stato inondato di articoli su di lei perché la rivista internazionale Nature Neuroscience ha pubblicato una ricerca da lei coordinata.

Carla, insieme ai suoi collaboratori, ha scoperto la molecola in grado di costruire la mielina. La mielina è una membrana che protegge il sistema nervoso. Talvolta, per cause ancora poco chiare, il sistema immunitario la aggredisce e la distrugge, e questo può avvenire anche in età giovanile.

La scoperta di Carla riguarda, per capirci, circa 50.000 malati di Sclerosi Multipla solo in Italia, milioni nel mondo, i quali, tra un certo numero di anni, potranno cominciare a curarsi, e non solo a tentare, spesso inutilmente, di rallentare la degenerazione.

Ho chiesto a Carla una intervista, e lei gentilmente si è prestata, ma i patti erano chiari. Non avremmo parlato del farmaco per la Sclerosi Multipla, che non è un problema suo, ormai, ma dell’industria farmaceutica.

“Per me il lavoro e’ finito, archiviato”, mi scrisse quando concordammo l’incontro, “e adesso e’ il momento di andare oltre, con nuove storie, per cercare di capire sempre di più e meglio.

 Le chiedo da dove è nato l’interesse per la mielina.
“Per caso”, mi risponde. “Quando mi laureai, a Milano, volevo fare una tesi con un certo professore. Quando cercai di incontrarlo, in istituto, lui non c’era, ma c’erano due ricercatori appena arrivati dagli Stati Uniti. Erano un po’ spaesati, e alla ricerca di assistenti e io accettai di lavorare con loro, per la mia tesi. E loro lavoravano sulla mielina”.

E poi?
“Poi la sfida divenne irresistibile. Continuai a studiarla sempre al San Raffaele grazie ad un Dottorato Internazionale svolto in collaborazione con La Open University di Londra e poi a New York. Bisogna essere molto caparbi, oltre che fortunati, per raggiungere un risultato”. 

Ma come sei arrivata alla molecola?
“Stavamo seguendo un’idea a New York, ed erano mesi e mesi che lavoravamo senza sosta su una serie di esperimenti che, eravamo convinti, avrebbero dovuto dare un risultato. Niente da fare. Tenevamo le colture per uno o due mesi, e non succedeva niente. Allora feci l’ultimo tentativo. Mantenni un certo esperimento per tre mesi, un tempo molto lungo e inusuale per gli standard di laboratorio. Il responsabile del laboratorio, il Dott. Jim Salzer, un giorno mi disse che il Lunedì successivo avremmo chiuso quella linea di ricerca. Il Sabato andai ad esaminare i vetrini, e rimasi senza fiato. L’esperimento era riuscito”. 

E quindi? 
“Il lunedì feci finta di niente e preparai i vetrini. Quello giusto era l’ultimo. Salzer subodorò qualcosa, avevo l’aria troppo serafica, ma poi si chiuse come sempre nello stanzino del microscopio a fare il suo lavoro. Quando uscì gli brillavano gli occhi dalla felicità. Ce l’avevamo fatta”.

Come mai sei tornata in Italia? 

“A New York stavo benissimo, è una città che adoro. Ma volevo tornare a casa. Quando si aprì un’opportunità al San Raffaele, l’accettai. Era dove mi sono laureata, era due volte casa mia. “

Ma come si sceglie il laboratorio dove lavorare?

“Non è che ci sia poi così tanta scelta. Un laboratorio adatto alla ricerca che faccio io è presente al massimo in tre o quattro città al mondo. In Italia, praticamente solo a Milano, dove sto ora. Non è solo una questione di soldi. Occorre il contesto giusto, la focalizzazione, le attrezzature adatte, altri ricercatori con cui confrontarti, la potenza di calcolo necessaria, un sacco di cose”.

Ma tu cosa valuti prima di tutto?
“I colleghi con cui dovrò lavorare. Quando andai a New York potevo scegliere tra due diversi gruppi di lavoro. Scelsi quello con cui, sentivo, sarebbe potuto nascere un buon feeling.  E, per fortuna, andò così”.
   
Ma tra voi scienziati, collaborate o gareggiate?
“Entrambe le cose. Esiste la ‘peer-review’, il controllo incrociato. Io so che un certo collega, che lavora dall’altra parte del mondo, e che magari ho conosciuto solo ad un congresso, un giorno potrebbe essere chiamato a rivedere il mio lavoro. Ma anche lui sa che io potrei rivedere il suo. Conviene ad entrambi essere corretti e collaborativi. Ma se uno di noi è sicuro di aver raggiunto un risultato, non può aspettare. La pubblicazione scientifica è troppo importante, da quella dipende la possibilità o meno di trovare i laboratori ed i fondi per proseguire la ricerca.”

Tu sai che mi piace interpretare il progresso scientifico alla luce degli shift di paradigma. Quanto rapidi ed intensi sono i cambiamenti nel tuo ambito di ricerca?
“Enormi e rapidissimi. Quindici anni fa, quando ho iniziato, quello che faccio oggi era semplicemente impossibile. La genetica era ancora all’inizio, la strumentazione era molto meno sofisticata, i computer erano lenti. Oggi posso attivare la mielinizzazione, o fermarla, come se si trattasse di un interruttore da accendere e spegnere. Quindici anni fa non avrei potuto neanche immaginarlo”.

Ma, mentre lavorate, siete consapevoli degli effetti sociali ed economici di quello che state facendo?
“Onestamente no. Siamo così concentrati sulle nostre procedure, sugli esperimenti che stiamo facendo, sui dati che stiamo esaminando, da non renderci veramente conto delle conseguenze generali. Semplicemente, non abbiamo tempo di alzare la testa”

Quanto controllo avete raggiunto dei sistemi biologici?
“Di controllo ne abbiamo tanto, rispetto ad un tempo, ma pochissimo rispetto a quello che ci piacerebbe avere. Appena superiamo una difficoltà ne salta fuori subito un’altra, che magari era nascosta dalla prima. Se attiviamo un’azione, spesso si scatena una reazione imprevista, talvolta indesiderata. ”

Quindi siamo ancora lontani da un vero controllo della vita?
“Lontanissimi. Pensa solo alla complessità del cervello umano. Studiare il cervello, al momento, è come cercare di capire una lingua sconosciuta e non sapere neanche qual è l’alfabeto che viene utilizzato. Stiamo ancora cercando di distinguere le vocali dalle consonanti. Figurati se possiamo comprendere cosa ci sta dicendo”.

Ma adesso su cosa stai lavorando?
“L’interesse primario e’ ancora quello della mielinizzaizione. Sappiamo pero’ che alcune malattie degenerative, tra cui l’Alzehimer e la SLA, non sono dovute alla demielinizzazione, ma alla morte dei neuroni. Siamo sicuri che c’è un filo che unisce la mielina alla morte del neurone. Alcune cose le abbiamo capite, altre ancora ci sfuggono. Stiamo seguendo delle tracce promettenti, ma abbiamo dei risultati contraddittori. Insomma, c’è un sacco di lavoro da fare, come al solito”.

I fondi?
“Per fortuna ci sono le ‘agency’ come l’AISM e il Telethon o altri, come la Fondazione Cariplo, che ci sostengono. Sono ricerche costose, richiedono l’uso di materiali e sostanze particolari, di strumenti molto precisi e tecnologici, di attrezzature speciali prodotte in piccole serie”

E in quanti siete, nel tuo laboratorio?
“Io ed altre sei donne. Tutte giovani, alcune con famiglia, altre no. Sono brave, preparate, determinate. Guadagnano al massimo 1.200 Euro al mese, ma non fanno mancare la passione sul lavoro. Del resto, pensa che io o quarantun’anni e ho fatto i primi trentotto a borse di studio. In pratica verso i contributi da solo tre anni, da quando sono in Italia. Secondo te me la daranno la pensione?”

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Qui finisce l’intervista con Carla Taveggia. E inizio io.

A Milano sette donne hanno portato a termine uno studio che permetterà la produzione di un farmaco con cui milioni di persone di tutto il mondo potranno curarsi dalla Sclerosi Multipla.

La Sclerosi Multipla acceca, colpisce il cervello fino a far perdere l’uso della parola o degli arti, debilita, fa perdere il controllo della vescica e mette sulla sedia a rotelle donne e uomini anche di trent’anni. Curare un malato di Sclerosi Multipla costa allo stato Italiano, con i farmaci di oggi, che permettono solo di rallentarne il decorso, più di due miliardi di Euro all’anno.

Eppure, in questo momento, Carla non può fare ordini per quello che le serve per portare avanti gli studi. I soldi ci sarebbero, ma il San Raffaele è ad un passo dal fallimento, e i finanziamenti dell’AISM e di Telethon, quelli versati dalla gente comune con gli SMS da 2 Euro, sono finiti nel calderone generale, dentro il buco da un miliardo e mezzo di Euro.

Carla e delle sue assistenti, malgrado tutto, stanno ancora occupandosi di Sclerosi Multipla. E a loro fianco, nei centri di ricerca del HSR, altre centinaia di persone stanno affrontando altre sfide, cercando risposte ad altri enigmi. Carla e le sue assistenti hanno un’idea, ma, al momento, sono ferme perché non ci sono i soldi. O meglio, ci sarebbero, ma prima bisogna fare un po’ d’ordine nei conti. Anche gli altri del HSR, sicuramente, stanno inseguendo delle idee. Ma anche a loro avranno bloccato gli ordini.

Io non voglio giudicare nessuno. Però leggo sul giornale che c’è un piano per salvare sia l’ospedale, sia il centro di ricerca. Allora dico: fatelo. Salvate il centro di ricerca. Salvate il lavoro delle centinaia di persone che vi operano. Salvate le centinaia di Carla Taveggia che non vanno in televisione, in consiglio regionale o all’isola dei famosi ma lavorano per ridare la vita a milioni di persone.

Carla non vuole essere disturbata. Non scrivetele, non cercatela, deve lavorare. Commentate, e condividete questo post. Mettete al lavoro il vostro Facebook e il vostro Twitter. Mandate un link a chiunque voglia leggere questa storia. Fate rete e state all’erta.

Continuerò ad occuparmi di cosa succede a Carla e al suo gruppo e lo racconterò nel mio Blog. E, se sarà necessario, vi chiederò di aiutarmi a fare pressione su chi sta prendendo le decisioni.

Salviamo il centro di ricerca del San Raffaele. Salviamo Carla Taveggia.